Appunti (caotici) su Salò

In occasione di un cineforum, questi gli appunti che avevo preparato per presentare il film. Spero che qualcuno possa trovare il tutto una lettura gradevole o quantomeno interessante.


– CENSURA E CIRCOLARE

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Fin dalla sua uscita, questa allegoria nerissima sul potere divenne oggetto di uno dei più virulenti attacchi censori e delle più profonde rimozioni collettive della storia del cinema italiano.

Salò poteva essere considerato un’ opera d’arte dopo il taglio di sei sequenze (selezionate dalla corte) ma nella sua integrità non poteva essere considerato opera d’arte, bensì spettacolo osceno. è interessante notare come la corte avesse imposto l’eliminazione dal film non delle scene di violenza, torture o stupri, ma delle sequenze di sodomia consenziente e di masturbazione.

– LA FOTOGRAFIA

“Salò di Pasolini ha delle cose che non appartengono al cinema” – Carmelo Bene

La fotografia è:

– Senza tagli di luce

– Poco cinematografica

– Predominanza di colori acidi , verdi, cyan

Nel restauro particolarmente complesso è stato il lavoro di color correction: la fotografia utilizzava una luce diffusa per togliere le zone d’ombra alle diverse scene e mostrare tutto, con la stessa crudeltà che permea il film.

Il sesso in Salò è una rappresentazione o metafora di una situazione, di quegli anni: il sesso come obbligo e bruttezza che la tolleranza del rapporto consumistico ci fa vivere. Nella trilogia della vita, il sesso era una compenso alla repressione – ma quel fenomeno stava per finire – la tolleranza lo avrebbe invece trasformato in un qualcosa di triste ed ossessivo. Nella società repressiva, il sesso era un’ irrisione innocente del potere.

Salò non è un film sul fascismo o sul potere repubblichino. Certo, c’è un trasferimento dell’opera Sadiana, l’aggiunta di una dimensione contemporanea all’opera, tuttavia i poteri arcaici ridotti a simboli per facilitare la rappresentazione. In tutto il film c’è un margine bianco: viene determinata nei titoli di testa ma nessuno dei personaggi rivelerà mai di possedere la minima coscienza della disfatta imminente, ne alcuno di loro farà mai allusioni concrete a Mussolini, al regime o alla guerra. Nella scenografia della villa non compare nessun addobbo fascista.

È il potere che è anarchico, in concreto: mai il potere è stato più anarchico che nella repubblica di Salò. L’anarchia del potere si concreta in articoli di codici e in prassi. I potenti di Sade non fanno altro che scrivere dei regolamenti e regolarmente applicarli. Se le crudeltà Sadiane, basate sulla soddisfazione spietata del principio del piacere, rappresentano la trasgressione più estrema alle leggi etiche, umane e civili, è la loro normalizzazione, la loro conversione in leggi e regolamenti di una società dove appunto ogni trasgressione (la sodomia come la coprofagia) è codificata e trasformata in norma che Pasolini mostra nel film.

Ogni sequenza deve raggiungere lo scopo di eliminare nello spettatore la possibilità di uscire da questa esperienza con un minimo di speranza. Viene mostrata ogni forma di depravazione sessuale, sadica e psicopatica, ma nulla separa queste azioni dal quotidiano.

De Sade: uno stile privo di espressività, come nel caso delle opere pornografiche, solo referenziali. è l’accumulazione infinita che sostituisce l’espressività: se la prima informazione (un frate che si fa urinare in bocca da una bambina) è fredda ed inespressiva, la seconda lo è già meno, la millesima non lo è più affatto. Poiché l’accumulazione è anche iterazione. l’effetto raggiunto è quello – meccanicamente ma sommamente epressivo – delle litanie.

Pasolini: “Non ho aggiunto una parola a ciò che dicono i personaggi di Sade, né alcun particolare estraneo alle azioni che compiono. Il solo riferimento all’attualità è il loro modo di vestirsi, di comportarsi, la scenografia, ecc.., insomma, il mondo materiale del 1944”.

Con gusto della contraddizione e del paradosso, ha attribuito ai quattro Signori le fisionomie di intellettuali decadenti che citano scrittori sgraditi al regime come Baudelaire, Huysmans e lo stesso Sade.

IL PERIODO

Il film viene presentato al Festival di Parigi nel novembre del 1975, meno di un mese dopo l’omicidio di Pasolini. Arriva nelle sale nel gennaio successivo. La Democrazia Cristiana è al governo, il Presidente del Consiglio è Aldo Moro. Nel 1976 la pellicola è sequestrata; sarà rimessa in circolazione due anni dopo.

L’AUTORE

Pier Paolo Pasolini, da sempre cimentatosi in molteplici settori, in quegli stessi anni firma i famosi articoli polemici per il Corriere e Il Mondo. In uno di quegli articoli, egli abiura alla cosiddetta “Trilogia della vita” (Il Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle Mille e una notte):

“Io penso che […] non si debba mai, in nessun caso, temere la strumentalizzazione da parte del potere e della sua cultura. Bisogna comportarsi come se questa eventualità pericolosa non esistesse. Ciò che conta è anzitutto la sincerità e la necessità di ciò che si deve dire. Non bisogna tradirla in nessun modo, e tanto meno tacendo diplomaticamente per partito preso.

Ma penso anche che, dopo, bisogna saper rendersi conto di quanto si è stati strumentalizzati, eventualmente, dal potere integrante. E allora se la propria sincerità o necessità sono state asservite o manipolate, io penso che si debba avere addirittura il coraggio di abiurarvi.

Io abiuro dalla Trilogia della vita, benché non mi penta di averla fatta. Non posso infatti negare la sincerità e la necessità che mi hanno spinto alla rappresentazione dei corpi e del loro momento culminante, il sesso. Tale sincerità e necessità hanno diverse giustificazioni storiche e ideologiche. […] Ora tutto si è rovesciato.

Primo: la lotta progressista per la democratizzazione espressiva e per la liberalizzazione sessuale è stata bruscamente superata e vanificata dalla decisione del potere consumistico di concedere una vasta (quanto falsa) tolleranza.

Secondo: anche la “realtà” dei corpi innocenti è stata violata, manipolata, manomessa dal potere consumistico. Anzi, tale violenza sui corpi è diventato il dato più macroscopico della nuova epoca umana.

Terzo: le vite sessuali private (come la mia) hanno subito il trauma sia della falsa tolleranza che della degradazione corporea, e ciò che nelle fantasie sessuali era dolore e gioia, è divenuto suicida delusione, informe accidia.

[…] Insomma, è ora di affrontare il problema: a cosa mi conduce l’abiura dalla Trilogia?

Mi conduce all’adattamento.

Sto scrivendo queste pagine il 15 giugno 1975, giorno di elezioni. So che se anche – com’è molto probabile – si avrà una vittoria delle sinistre, altro sarà il valore nominale del voto, altro il suo valore reale. Il primo dimostrerà una unificazione dell’Italia modernizzata in senso positivo; il secondo dimostrerà che l’Italia – al di fuori naturalmente dei tradizionali comunisti – è nel suo insieme ormai un paese spoliticizzato, un corpo morto i cui riflessi non sono che meccanici. L’Italia cioè non sta vivendo altro che un processo di adattamento alla propria degradazione, da cui cerca di liberarsi solo nominalmente. Tout va bien: non ci sono nel paese masse di giovani criminaloidi, o nevrotici, o conformisti fino alla follia e alla più totale intolleranza, le notti sono sicure e serene, meravigliosamente mediterranee, i rapimenti, le rapine, le esecuzioni capitali, i milioni di scippi e di furti riguardano le pagine di cronaca dei giornali ecc. ecc. Tutti si sono adattati o attraverso il non voler accorgersi di niente o attraverso la più inerte sdrammatizzazione.

Ma devo ammettere che anche l’essersi accorti o l’aver drammatizzato non preserva affatto dall’adattamento o dall’accettazione. Dunque io mi sto adattando alla degradazione e sto accettando l’inaccettabile. Manovro per risistemare la mia vita. Sto dimenticando com’erano prima le cose. Le amate facce di ieri cominciano a ingiallire. Mi è davanti – pian piano senza più alternative – il presente. Riadatto il mio impegno ad una maggiore leggibilità”.

Mentre scrive queste cose, lavora a Salò, che avrebbe dovuto far parte della “Trilogia della morte”, incompiuta a causa del prematuro decesso.

IL LIBRO

Il film è ispirato al libro Les Cent Vingt Journées de Sodome ou l’École du libertinage (Le 120 giornate di Sodoma) di Donatien Alphonse François DE SADE. L’opera (incompleta) era stata pensata come una sorta di enciclopedia delle perversioni. È ambientata nella Francia di Luigi XIV, durante gli ultimi anni del suo regno.

Le numerose guerre hanno svuotato le casse dello stato e impoverito i ceti produttivi, a vantaggio di una minoranza che ha tratto guadagno dalle speculazioni e dagli appalti sulle forniture belliche. Appartengono a questa minoranza i quattro protagonisti del racconto, esponenti della nobiltà di toga e di spada ma anche delle più alte cariche ecclesiastiche (un Duca, un vescovo, un decano e un banchiere). I quattro raccolgono svariati soggetti e scelgono come sede ove praticare le loro perversioni un castello isolato e inaccessibile (= ciò garantisce l’impunità, e la possibilità di agire fuori da ogni vincolo morale, gerarchico e legale. Il castello, prima ancora che luogo geografico, è luogo mentale, in cui è possibile applicare nuove leggi, frutto di una nuova morale, diversa e opposta da quella in vigore). Ogni giornata si sussegue con un ritmo preciso, e secondo uno schema incentrato sui racconti di alcune “novellatrici”. In quattro mesi, si susseguono altrettanti temi: le passioni semplici, le passioni complesse, quelle criminali, e quelle assassine. Sono bandite dal castello tutte le espressioni di religiosità e devozione, e tutti gli atti compassionevoli o di empatia nei confronti di soggetti più deboli: ciò coincide con l’idea e la necessità di perseguire una filosofia naturale con una morale a sé, diversissima da quella cristiana, anzi basata proprio sulla sopraffazione a priori del più debole.

IL FILM

Pasolini parla del proprio film come “metafora del rapporto del potere con chi è subordinato al potere […].” E aggiunge:

“Evidentemente la spinta è venuta dal fatto che io detesto soprattutto il potere di oggi. È un potere che manipola i corpi in modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio di culture viventi, reali, precedenti”.

Il potere a cui si riferisce Pasolini è il neocapitalismo, che veicola la nuova “religione” del consumismo, la quale ha abbattuto ogni altro sistema di ideologie vigenti. Questo potere manipola i corpi partendo dalla loro mente. A tal proposito MORIN parla di “colonizzazione verticale” della cultura di massa: non una colonizzazione orizzontale, quindi, che si estende e conquista nuove geografie, bensì una colonizzazione che entra nella testa degli individui e ne dispone i comportamenti, gli atteggiamenti, i gusti e i desideri, mediante un apparato di mitologie, simboli e immagini.

È centrale nella riflessione pasoliniana l’eredità di FOUCAULT. Quest’ultimo aveva del resto contribuito a elaborare il concetto di “biopolitica”, ossia quella politica, quel potere, che agisce sul corpo degli individui, sulla disciplina e sulle regolazioni delle popolazioni. Qui il potere e la sfera privata si incontrano, e questo incontro avviene nel contesto precipuo del capitalismo e del liberismo.

“Si potrebbe dire che al vecchio diritto di far morire o di lasciar vivere si è sostituito un potere di far vivere o di respingere nella morte”.

Il “biopotere” si è sviluppato, secondo FUCAULT, tra il XVII e il XVIII secolo, seguendo due correnti:

– La gestione del corpo umano nella società capitalista, quindi la sua utilizzazione e il suo controllo

– La gestione del corpo dell’uomo come specie, in tutti quei processi biologici soggetti al controllo dall’alto

Siamo sul finire della carriera di Pasolini. Il vitalismo che lo aveva contraddistinto, lo sguardo sempre attento ai corpi, è ora carico di delusione, disillusione, disperazione. Anche i corpi che aveva tanto amato, quelli dei giovani sottoproletari, ora fanno tutti parte della stessa massa che il potere ha generato per scopi utilitaristici. L’uguaglianza è un tema molto caro a Pasolini: ma se nell’uguaglianza della folla russa di quegli anni vede una conquista da parte del popolo, nell’uguaglianza delle masse occidentali egli vede, al contrario, soltanto un’imposizione dall’alto, che la popolazione ha subìto passivamente.

Pasolini è molto critico con la DC, e la accusa di aver contribuito a questo processo. L’intellettuale, nel contesto qui emerso, deve approfittare del proprio ruolo per assumere un ruolo polemico contro la realtà, e deve ricoprire posizioni scomode e difficili, perché è necessari.

ringrazio sfocature per avermi dato una mano

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